Una lezione silenziosa.

Quando voglio spiegare le differenze culturali tra L’Inghilterra e l’Italia, racconto due aneddoti, che ho realmente vissuto.

Era dicembre 2004, e con mio marito ero a Londra per un week-end. Il nostro albergo era sulla riva opposta difronte a Westminster, il Parlamento. Era mattino presto, camminavamo lungo il fiume in cerca di un posto dove prendere un altro caffè. Non lontano da dove, lasciato il marciapiede, avevamo preso a camminare sulla sponda del fiume, c’era un chiosco. Aveva un pannello doppio a cavalletto con i prezzi della colazione difronte all’entrata. Dopo pochi passi in quella direzione ci siamo dovuti fermare per far passare un jogger. Era un uomo alto, vestito di tutto punto per l’attività sportiva, né giovane né vecchio. Quando fu costretto ad un movimento brusco per evitare il pannello pubblicitario borbottò qualcosa, senza smettere di correre.  Si fermò, invece, dopo cinquanta metri per dire qualcosa ai due poliziotti che venivano in direzione opposta. I due uomini in divisa camminavano con quell’andatura rilassata, ma salda, che hanno solo i ‘bobbies’ inglesi.  Eravamo oramai al chiosco ma avendo intuito quello che stava per accadere ho chiesto a mio marito di aspettare un attimo, prima di entrare. I poliziotti avevano leggermente accelerato il passo e sono entrati nel piccolo bar. Dopo pochissimo sono usciti e hanno ripreso in tutta tranquillità la loro ronda, e ancora dopo pochissimo è uscito il gestore accostando, ancora di più, il pannello all’ entrata del chiosco.

Ora provate ad immaginare la stessa scena per esempio a Roma. Se siete italiani, la potete facilmente immaginare. Se non siete mai stati in Italia, potete in ogni caso averne un’idea perché alcuni film hanno descritto troppo spesso, in maniera esagerata e ridicola, come gli italiani riescono a far di un niente una sceneggiata.

Il punto non è la differenza di teatralità tra le due culture. Ma la diversa percezione che hanno degli spazi comuni. Il signore che faceva jogging ha chiarito con il suo comportamento che le sponde del Tamigi erano anche sue e i poliziotti erano lì anche per lui. Questa è una delle cose che invidio a chi vive in Gran Bretagna.

In Italia non è quasi mai chiaro a chi appartengano gli spazi comuni.

 

Che tragitto!

Più o meno dieci anni fa, ero su un treno che da Leeds mi portava a Londra. Tornavo a Roma dopo un breve soggiorno nel Nord dell’Inghilterra.

Guardavo fuori dal finestrino per assimilare tutto quello che potevo di quel paesaggio, sicura che sarebbero passati parecchi anni prima che potessi tornare. Ecco che il treno prima rallenta e poi si ferma e una voce di uomo annuncia, gentile, che c’era stato un incidente sui binari. Penso fosse il capo treno, ci assicurò che sarebbe tornato ad aggiornarci tra dieci minuti.

Con puntuali avvisi, ogni dieci minuti, dopo più o meno mezz’ora avevamo tutta la storia. Nell’incidente era morta una persona che forse aveva voluto togliersi la vita; perciò, quel tratto di linea veniva considerato scena di un crimine; la polizia aveva sospeso tutti i treni per Londra; ed eravamo in attesa di istruzioni da parte della compagnia ferroviaria.

Infine, la voce comunicò che il treno ci avrebbe riportato all’ultima stazione, ora non ne ricordo il nome, dove avremmo ricevuto tutto l’aiuto possibile dal personale che era già pronto a riceverci. Una volta arrivati nella stazioncina, che non avevo neppure visto passare per quanto era minuscola, ci fu un primo momento di confusione. La quantità inconsueta di passeggeri era palese, la stazione probabilmente era abituata al massimo ad avere a che fare con i pendolari. Nonostante ciò, quasi subito venne in mio soccorso un gentilissimo signore con divisa e badge della compagnia ferroviaria. Gli raccontai il mio problema, enfatizzando che dovevo raggiungere l’aeroporto di Londra tra massimo un paio di ore, per non perdere l’aereo che mi doveva riportare a Roma, Italia. Dalla partenza da Leeds, guardando fuori del finestrino e cullando già la nostalgia, avevo perso la cognizione del tempo e non sapevo a che distanza ero da Londra. Perciò quando mi disse di seguirlo al parcheggio dei taxi, dedussi che forse non eravamo poi così lontani. L’impiegato diede all’autista delle istruzioni mentre io caricavo la mia valigia, gli fece firmare un modulo che aveva compilato mentre parlava e ci salutò dicendo che il viaggio in taxi era completamente a carico della compagnia. Al ritorno tutto quello che l’autista doveva fare era andare con il modulo, all’ufficio amministrativo della stazione.

Non eravamo affatto vicino a Londra. Dopo due ore di cui la seconda vissuta nel panico, siamo arrivati all’aeroporto appena in tempo e il tassametro segnava trecentocinquanta sterline.

Mai dire mai ma sono abbastanza sicura che non farò mai più un tragitto in taxi così costoso.

La cosa stupefacente è che durante tutta questa avventura, nessuno mi ha chiesto un documento di riconoscimento, nessuno mi ha chiesto di vedere il biglietto aereo. Soltanto una volta giunti all’aeroporto, mentre stavo per salutare e ringraziare, l’autista con aria imbarazzata mi dice: “Le chiedo scusa, ma ho capito bene che sarà la compagnia ferroviaria a pagarmi? Ho confermato che aveva capito bene. “Senta, nel caso sorgano problemi, le dispiacerebbe lasciarmi il suo nome e numero di telefono?” Ho scritto velocemente tutto sul pezzo di carta che mi porgeva.

Sono sicura che se fosse accaduto in Italia, avrebbero in qualche modo risolto il problema. Non sono invece sicura che sarei arrivata all’aeroporto in tempo, e sono più che sicura che in Italia avrei dovuto mostrare biglietto e documenti almeno una dozzina di volte.

Non c’è bisogno che parli della burocrazia italiana: un fardello terribilmente pesante da portare, non è vero?

Foto di Gotta Be Worth It da Pexels    (Westminster) Foto di Andrea De Santis da Pexels    (taxi)

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