Seconda immigrazione/1

di nuovo in Italia

Non saprò mai perché, non ho mai chiesto, ma nel 1963 siamo tornate in Italia. Di nuovo, ci siamo separate da nostro padre, che è rimasto in Inghilterra a Manchester. Mia madre, mia sorella ed io siamo andate a vivere in un pittoresco paesino in Molise dove entrambi i nostri genitori erano nati e dove vivevano ancora i miei nonni. Non parlavo una parola di italiano, ma mi sembra di ricordare che lo capivo ancora un pochino. I 1° ottobre era il giorno in cui iniziava la scuola in Italia. Non si portavano uniformi nella scuola pubblica italiana, bambine e bambini portavano il grembiule, con un collo rigido bianco e un fiocco a mo’ di cravatta. Da allora molte cose sono cambiate. il grembiule è andato in disuso e dal 1977 il primo giorno di scuola è stato anticipato a metà settembre. La mia scuola a Filignano aveva adottato il grembiule nero e il fiocco rosso. Ero in quinta, l’ultima classe delle Elementari equivalente alla Sesta in Inghilterra.,

shock culturale

La mia giovane età mi aiutò ad assorbire lo shock culturale. Il mio nuovo maestro si chiamava Don Celeste. Ripensandoci oggi, che bel nome per un maestro. Celeste, il più chiaro degli azzurri del cielo. Don non era in questo caso, un titolo. Era dato come segno di rispetto da parte della comunità e certamente non aveva a che fare con la mafia. Don Celeste era vicino all’età di pensionamento, aveva 60 anni: non alto, robusto, immerso nei suoi pensieri. Aveva sempre libri e fogli di carta che minacciavano di cadere dalla cartella. Era nato da una delle famiglie notabili del paese e quando l’ho conosciuto era stato Sindaco di Filignano, praticamente da tutta la vita.

Se non ricordo male eravamo 12 in classe: io e 11 maschi, molti di loro erano un anno o due più grandi di me. Ragazzi che prima e dopo la scuola dovevano lavorare nei campi o portare al pascolo le piccole greggi della famiglia. Erano giovani uomini più che ragazzi.Questo strano assortimento spinse Don Celeste a farmi sedere in una fila di banchi da sola mentre i maschi erano tutti nell’altra fila. Solo oggi riesco ad immaginare la difficoltà che dovette affrontare un insegnate, ormai avanti con gli anni, come Don Celeste per adattarsi alla situazione. Fino a quel giorno aveva probabilmente solo insegnato a maschi. Le classi miste furono introdotte in Italia credo proprio quell’anno o l’anno prima. Ora si trovava in classe 11 maschiacci e una sola ragazzina, timida e che non parlava una parola di italiano.

 ricordi che durano una vita

Durante quell’anno ho costruito dei ricordi che sono durati una vita intera. Una mattina di novembre, sono stata svegliata da voci di donne che si parlavano da una finestra all’altra. Abitavano nelle case popolari, otto appartamenti costruiti alla fine della seconda guerra mondiale per i senza tetto.

In estate, era normale sentire le donne darsi il buongiorno e scambiare quattro chiacchiere quando capitava di aprire la finestra nello stesso momento, al mattino presto. Quel giorno, invece mi colpì come molto strano perché, a novembre, il freddo già si faceva sentire nel paesino in cima alla collina. “sì è vero!”  “….la radio” “ non ci posso credere” queste le parole che sentivo, ancora nel letto. Era il 23 Novembre 1963, la notizia dell’uccisione di John Fitzergerald Kennedy era arrivata in un piccolo paese del Appennino meridionale italiano.

Non avevamo la televisione, come molti altri nel palazzo ed in Italia. Niente televisione, niente giornali, la radio era l’unico strumento di comunicazione che ci univa al mondo. Ecco perché, c’era voluto un po’ di tempo prima che la notizia arivasse nelle case. Sento ancora l’atmosfera di quel giorno. C’era un silenzio del tutto particolare mentre camminavamo verso scuola. Gli adulti parlavano sottovoce, come se avessero un segreto. Nessuno si preoccupava di informare noi bambini. Io avevo capito cosa era successo, perché in casa c’erano spesso riviste che oggi si direbbero di gossip. Mia madre li comperava a turni con una sua amica per risparmiare e su quelle riviste Kennedy e Jacqueline erano spesso in copertina.  Mia madre raccontava a mia sorella e a me quello che leggeva della coppia come fossero la famiglia reale.

A scuola quel giorno, per la prima e l’ultima volta, non ho trovato Don Celeste già nell’aula. I maschi ne approfittarono per fare i spiritosi, far a lotta, prendersi in giro e mettere in scena la terribile notizia, Dopo quello che mi era sembrato tanto tempo, Don Celeste arrivò di corsa senza dire niente. Poggiò sulla cattedra la cartella e la radio che teneva tra le braccia. Dopo aver posizionato ed accesa la radio finalmente ci rivolse lo sguardo, con un’espressione terribile, come se fossimo stati noi ad uccidere JFK. Eravamo ancora tutti in piedi, a quei tempi, dovevamo alzarci ogni volta che entrava un adulto nella class: “ Sedetevi, e non voglio sentire neanche una parola fino a quando non è ora di andare a casa”. Ed è quello che abbiamo fatto. Siamo rimasti lì seduti tutta la mattina a guardare il maestro seduto alla cattedra di fronte a noi, con l’orecchio appoggiato alla radio che ascoltava le notizie.

Quando suonò la campanella, Don Celeste ci guardò per la seconda volta quel giorno e disse ”Andate a casa”.

Dicono che tutti ricordano dove erano e cosa stavano facendo quando hanno ucciso JFK. Avevo 10 anni e anch’io lo ricordo benissimo, come fosse oggi.

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