L’incubo paziente

In-as-pet-ta-ta-men-te è una parola che non riesco a pronunciare con leggerezza, richiede una pausa, una presenza, un attimo di concentrazione per permettere alla bocca di eseguire la serie di evoluzioni necessarie a creare quel suono. Per me, non introduce mai fatti positivi. Infatti, il prefisso in- è un prefisso che ribalta un avverbio che neanche esiste: aspettatamente. Mentre per i primi sessantasette anni della mia vita penso di averla usata quasi mai, è diventata inaspettatamente la parola più significativa di questi ultimi due anni.Ho pensato anche, che forse sia per colpa mia, che i fatti mi trovano oggi così impreparata a riceverli. Soffro di una naturale tendenza alla distrazione e al vivere tra le nuvole che certo non va migliorando con il passar degli anni.

Non conoscevo ancora questa parola ai tempi della crisi dei missili a Cuba, è stato allora che ho imparato che se la Russia e l’America avessero litigato, una bomba avrebbe distrutto tutto, ma proprio tutto quello che era sulla terra. Questo incubo si costruì un nido nella mia memoria e tornò a tormentare il me bambina qualche volta e di notte. Era un incubo discreto che non andò via neppure quando più grande, protestavo per le vie di Roma con tutta quella ‘meglio gioventù’ che voleva cambiare il mondo. Rimase per anni, talmente ben nascosto che pensavo fosse andato via.

Non diede segni di vita neppure quando si festeggiò la caduta del muro di Berlino che doveva impedire ai due imperi di scontrarsi. Pensai “è fatta!”, che l’incubo si fosse dileguato. Non aveva più motivo di esistere. Non è che le bombe smisero di cadere. Negli anni che seguirono ne sono cadute fin troppe, in paesi apparentemente lontani, ma anche qui davanti casa, appena al di là di una striscia di mare. Il futuro però sorrideva e i sorrisi uccidono gli incubi.

Neppure il nuovo millennio, con tutti gli infausti auspici che si credeva portasse con sé riuscì a snidare l’incubo che paziente se ne stava al riparo, nel nido ad aspettare. A dire il vero penso che meriti anche una sorta di ammirazione per aver resistito alla tentazione, che certa non gli era mancata, di riprendere a vivere.

E poi mi sveglio una mattina e mentre preparo la colazione, eccolo l’incubo è lì davanti ai miei occhi sullo schermo della televisione, ha abbandonato inaspettatamente il nido, senza avvisare, all’alba, mostrando con la prima luce tutta la sua ferocia. Tornata la bambina di tanti anni prima, ho pianto e questa volta, ahimè non c’era nessuno a consolarmi.

Giovedì 24 Febbraio 2022

© Photo copyright Patrizia Verrecchia. All rights reserved.

Foto di Matti da Pexels

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